E l’Europa invecchia…

La realtà fotografata da Nicholas Eberstadt
L’età media è più alta rispetto agli Stati Uniti, ma non si adegua il sistema occupazionale e quello previdenziale

L’Europa di oggi vive una pericolosa contraddizione: si vive più a lungo, ma non si adegua l’occupazione all’invecchiamento della popolazione. Fra i primi ad accorgersene e a mutare in virtù di questo fatto sono stati i sistemi pensionistici, nell’affannosa progettazione di una serie di riforme parametriche che andassero a sanare, almeno parzialmente, il problema. Su questo argomento è intervenuto Nicholas Eberstadt, studioso dell’American Enterprise Institute, in un incontro organizzato dall’Istituto Bruno Leoni. Eberstadt fotografa la realtà, molto diversa, che si respira sulle due sponde dell’Atlantico. Gli Stati Uniti sono una nazione dinamica, con un tasso di crescita che, dal 1980, supera ogni anno quello europeo dello 0,8 per cento. Inoltre, l’America tende ad invecchiare più lentamente: secondo le proiezioni, nel 2030 vi saranno più 30–40enni che in Europa. Nello stesso anno, probabilmente, circa un quarto della popolazione europea occidentale avrà più di 65 anni e gli anziani saranno quasi il doppio dei ragazzi sotto i 15 anni di età. Ovviamente, si porranno alcuni problemi, fra i quali uno dei più rilevanti sarà la sostenibilità dei sistemi previdenziali.

Il trend, sottolinea Eberstadt, non è del tutto negativo. Gli europei possono fare affidamento su una popolazione anziana in buona salute, sia rispetto al resto del mondo che nei confronti degli Stati Uniti. Qui, infatti, l’aspettativa di vita è inferiore di un anno rispetto al Vecchio Continente. Secondo la “speranza di vita in salute”, cioè il metro che stima gli anni che un individuo potrà vivere senza disabilità, gli europei vivono in salute mediamente per due anni in più che oltreoceano. L’Europa, allora, potrebbe e dovrebbe scommettere su questo asset. La salute, infatti, risulta essere un fattore importante al fine di incrementare la produttività. Inoltre, rende più attraente investire nella formazione. Costituisce, insomma, ricchezza. E tuttavia, sembra che gli europei abbiano deciso di imboccare una strada diversa e, per essere più precisi, un vicolo cieco. Nel nostro continente, il guadagno in anni di vita pare essersi tradotto quasi interamente in vacanze. L’età di pensionamento continua a ridursi in tutta l’Europa occidentale. Non va dimenticato neppure il fatto che, con la riduzione dell’occupazione, viene automaticamente amputato il numero di ore lavorative complessive.

Negli Stati Uniti, invece, la partecipazione alla forza lavoro di coloro che sono prossimi alla sessantina supera quella degli italiani di circa il 30 per cento. Un discorso simile vale per paesi come il Giappone e la Corea del Sud nei confronti di concorrenti europei come Francia e Germania. Nonostante l’Europa disponga di un notevole grimaldello per il rilancio economico, sembra che abbia incrociato le braccia anche su questo fronte. Il cambiamento di rotta è possibile, ma occorre ripensare il sistema del welfare ed il mercato del lavoro. La regolamentazione relativa all’anzianità, in molti paesi dell’Europa occidentale, comporta che la retribuzione dei lavoratori delle fasce meno giovani risulti superiore alla loro produttività. Eberstadt mette in evidenza come siano proprio i regimi fiscali a costituire una miscela di ostacoli che disincentivano i più anziani a rimanere sul posto di lavoro. Bisognerebbe allora architettare un sistema di incentivi meno punitivo ed una riforma complessiva del mercato del lavoro. In questa direzione, sarebbe utile anche cominciare a privatizzare gradualmente i sistemi pensionistici per garantire più libertà di scelta ai lavoratori.

Infine, occorrerebbe adottare un nuovo approccio alla sanità. In altri termini, sarebbe preferibile abbandonare la visione della sanità come una semplice questione di costi sociali o di assistenza per interpretarla piuttosto come investimento. A tal proposito, andrebbe sottolineata costantemente l’importanza dell’innovazione: ridurre i controlli sui prezzi dei farmaceutici potrebbe essere, ad esempio, un punto di partenza. E’ possibile che l’Europa stia lentamente cominciando a cambiare atteggiamento. L’elezione di un personaggio come Sarkozy, che ha dedicato molto spazio nella sua campagna elettorale alla necessità di rivedere alcuni settori del welfare francese, sembra esserne una testimonianza. Solo il tempo sarà in grado di dirci se la svolta ci sarà davvero o meno. Ciò che sembra certo è che l’Europa non dispone di alternative affidabili di lungo periodo. Dovrebbe bastare questo a farci cambiare idea.

Da L’Opinione, 14 giugno 2007

Pubblicato in:  on Giugno 18, 2007 at 9:21 pm Lascia un Commento

Acqua: ma quanto mi costi!

L’Unione pubblicizza l’acqua e così socializza soprattutto le perdite

L’acqua bene pubblico? Un emendamento di Rifondazione e dei Verdi al disegno di legge Bersani sancisce che “la titolarità delle concessioni di derivazione delle acque pubbliche è assegnata a enti pubblici”. Anche se entrambi i rami del Parlamento daranno il via libera, dal punto di vista pratico gli effetti saranno limitati, in quanto l’emendamento riguarda solo la fase a monte della filiera dell’acqua, ma la filosofia sottostante desta qualche preoccupazione. In ogni caso, si tratta di una vittoria, fattuale e simbolica, dell’estrema sinistra della coalizione: Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi, e di uno schiaffo al partito democratico, che attorno alle liberalizzazioni sta tentando di costruire la sua identità. Tacciono, ma non necessariamente dissentono, la Sinistra democratica di Fabio Mussi e Gavino Angius e la destra sociale. L’idea di fondo è che l’acqua, in quanto risorsa fondamentale, non possa essere abbandonata allo sfruttamento capitalistico. Una delle formulazioni più esplicite di questa tesi si trova in un libro del 2001 di Riccardo Petrella, “Il manifesto dell’acqua”. Petrella, professore di mondializzazione all’Università cattolica di Lovanio, è stato presidente dell’Acquedotto pugliese per volontà del governatore Nichi Vendola, carica da cui si è dimesso per l’impossibilità pratica di ripubblicizzare l’acqua nella regione, cioè ricondurne l’intera filiera sotto l’ombrello pubblico ed erogarla secondo criteri di gratuità. Scrive: “l’acqua non è una risorsa naturale come le altre… Ogni persona o comunità umana ha il diritto d’accesso a questo bene vitale. L’accesso all’acqua e l’obbligo della sua conservazione per la sopravvivenza appartengono all’umanità, collettivamente, non possono essere oggetto di un’appropriazione individuale, privata”.


La maggior parte degli economisti la pensano diversamente. Per Enrico Colombatto (Università di Torino) “la gestione pubblica è la causa principale delle attuali inefficienze del nostro sistema idrico. Essa impedisce al prezzo dell’acqua di allinearsi al rapporto tra domanda e offerta, creando così un incentivo allo spreco”. Per lo stesso motivo, un contesto competitivo è necessario a mobilitare le risorse necessarie agli investimenti nella manutenzione e sviluppo delle reti idriche. A livello nazionale, circa il 30 per cento dell’acqua viene dispersa lungo il tragitto, una percentuale che al sud sale al 40 per cento. Dice Bruno Spadoni, responsabile economico di Confservizi: “si calcola che siano necessari investimenti di almeno due miliardi di euro all’anno. Questo fabbisogno di capitali non può essere colmato dalla finanza pubblica. Quindi la pubblicizzazione è incompatibile con le esigenze del settore”. All’obiezione che il combinato disposto tra liberalizzazioni e privatizzazioni potrebbe determinare un aumento dei prezzi tale da lasciare all’asciutto le fasce più deboli della popolazione, Colombatto risponde che “questo è un problema di povertà, non di gestione dell’acqua. Si può risolvere, per esempio, fornendo integrazioni al reddito, anche se da liberista non condivido queste tecniche. Quel che voglio dire è che, proprio perchè l’acqua è un bene importante, essa deve essere gestita con criteri di mercato”, che producono trasparenza ed efficienza.
Del resto l’esperienza di altri paesi mostra che gli sprechi e il sottoinvestimento sono le conseguenze inevitabili di un prezzo troppo basso, e che difficilmente il prezzo verrà alzato se ciò dipende da una decisione politica. Come scrive Giorgio Bianco in uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, “nel 2004, cioè appena quindici anni dopo la liberalizzazione inglese, gli investimenti nel settore ammontavano a una cifra totale di circa 50 miliardi di sterline. Nel solo 1999, del resto, sono stati spesi 3,7 miliardi di sterline (3,2 per l’allacciamento di nuovi contratti), mentre prima della destatalizzazione la spesa annuale galleggiava attorno a un miliardo di sterline. Circa 46.000 chilometri di tubature sono stati rinnovati e messi al passo con i tempi”.

Da Il Foglio, 7 giugno 2007

Pubblicato in:  on at 9:14 pm Lascia un Commento

THE KOSOVO KNOT

THE KOSOVO KNOT

The Wall Street Journal – June 18, 2007

by Borut Grgic*

After a year of internationally-supervised negotiations between Pristina and Belgrade, we are not any closer to a solution for the Kosovo question. The province’s predominantly Albanian population wants independence from their former oppressors in Serbia. Belgrade, though, insists it has full sovereignty over what has effectively been a U.N protectorate since 1999.

This unbridgeable division is reproduced among the great powers. Moscow and Washington are on opposite ends while Europe, in its typical “evenhanded” fashion, prefers saying hardly anything at all.

Delaying a decision on Kosovo’s final status any longer could destabilize the entire Western Balkans.

Under a peace plan put forward by special U.N. envoy Martti Ahtisaari, Kosovo would gradually gain independence. Russian President Vladimir Putin rejects this proposal and threatens to veto any resolution that would lead to this outcome. The Russians are bewildered by the concept of a special envoy deciding on issues such as state sovereignty and borders. The U.S. approach is more pragmatic. Washington is willing to recognize the reality on the ground, which makes a two-state solution inevitable.

Enter the French. Paris tried last week to break the stalemate by calling for a six-months delay to let the parties talk more before the Security Council takes up the issue again. It sounds like a good idea. But giving the parties more time to negotiate just defers the hard decisions without getting any closer to an agreement. Besides, the U.S. has little room for maneuver after President George W. Bush’s recent statement in Albania. Speaking in the capital Tirana earlier this month, he stressed that only Kosovo’s independence could be an acceptable solution. As right as he is, this doesn’t leave much to negotiate about. Giving all the parties another six months for reflection is unlikely to bring the U.S. and Russia any closer.

Worse, the new time-table could complicate things even more. Russia is headed toward parliamentary and presidential elections over the next nine months. Closer to the campaigns, Moscow will be even less likely to accept anything that could be seen to hurt its Orthodox allies. It’s unlikely that the French really believe that their idea of a six-months time-out could somehow produce a deal acceptable to all parties. France’s new foreign minister is not new to Kosovo. Bernard Kouchner was the first special representative of the U.N. Secretary General in the province, and knows better than most that finding a compromise is a mission impossible.

While the great powers dither, regional politics are heating up. The government in Pristina is under enormous pressure from those at home who never believed that diplomacy would deliver Kosovo its independence. The government could fall if there is another delay. They would likely be replaced by politicians who don’t believe in the value of international engagement. A new political front in Kosovo could unilaterally declare independence, which would complicate the situation for the Serb minority and possibly lead to Kosovo’s partition.

In the Balkans, political instability is highly contagious. New trouble in Kosovo and possibly Serbia might easily spill over to neighboring countries. Macedonia and Bosnia are particularly vulnerable. The threat of a return of sectarian violence is the last thing the region needs, especially just as it is showing signs of economic recovery. The EU should be wish to preserve economic stability and progress in the Balkans if only to avoid mass immigration from the region.

The best way out of this international confusion is to cut the Gordian Knot on the Kosovo question. The West should accept that the two sides won’t be able to find a compromise. Mr. Putin’s objection to Kosovo’s independence is not a mere rhetorical device or tactical game. The U.S. and the EU need to realize that a resolution endorsing the Ahtisaari plan will inevitably provoke a Russian veto. Nothing can change that. We can move on from this. Instead, the EU and the U.S. ought to refer the matter to NATO and draft a trans-Atlantic position that recognizes Kosovo’s independence.

Bypassing the U.N. is exactly what the West did in 1999 when NATO stopped Serbia’s ethnic cleansing campaign in Kosovo. Likewise, the EU didn’t need approval from New York when it deployed troops in Macedonia to keep the peace there in 2001. In a similar fashion, the EU and the U.S. could take over the U.N. mission in Kosovo today. There is nothing in international law that says this would be illegal.

Kosovo and the region need clarity on its future from the trans-Atlantic Alliance in order to continue with economic and political reforms and eventually join the EU and NATO. At the end of the day, all Kosovo needs to function and survive as a sovereign state is Western recognition and support in the interim period. A stamp of approval from the U.N. Security Council would certainly be a bonus. But making it a sine qua non for Kosovo’s independence would condemn the entire region to permanent instability.

The author is director of the Institute for Strategic Studies in Ljubljana, Slovenia.

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malgrado tutto, Forza Foggia

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la merda dei rifiuti

di Roberto Saviano
Quand’è nato Francesco sembrava andasse tutto bene. Dalle mani dell’ostetrica però viene direttamente portato in incubatrice. La madre l’ha intravisto appena. Al bimbo manca un rene, i ventricoli del cuore hanno disfunzioni gravi, l’ano è imperforato. Ma se lo guardi, il piccolo però sembra perfetto, sgambetta, ha un viso sereno. Il primario del reparto incontra il padre: “Questa settimana è già il terzo bambino nato con molteplici malformazioni”, dichiara, quasi che il dato elevato avesse portato queste nascite ad apparire ordinarie, casi che quindi non stupiscono e non spaventano i medici. Ai genitori bisogna dare una spiegazione che non li faccia sentire in colpa per i problemi del loro figlio e il motivo che si concede è “ammettere che anche la malformazione è una normalità. Senza troppe tragedie”. Ad ascoltare queste parole bisogna respirare a lungo per mantenere la calma, non aver voglia di spaccare a pugni le vetrate dell’ospedale. Perché questa normalità è una normalità di queste terre. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione mondiale della sanità riguardo la Campania sono incredibili, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12 per cento rispetto alla media nazionale. E le donne le più colpite. V’è un dato, però, uno in particolare, che lascia la bocca senza saliva. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale. È un dato che prende allo stomaco, che quando lo ascoltano le madri è come se maledissero di aver concepito il bambino nella loro terra, si vorrebbe scappare, tornare indietro. La storia dei rifiuti potrebbe essere fatta attraverso le biografie dei malati di cancro, attraverso i territori dell’entroterra che prima coltivavano ortaggi e ora raccolgono rifiuti d’ogni genere. Napoli e la Campania ciclicamente e ciclicamente si gonfiano di tonnellate di spazzatura. Però nessuno sembra comprendere cosa accade e cosa vi sia dietro, se non una generica e cronica incapacità politica a gestire il problema. Resta certo l’odore, i cumuli, le scuole chiuse, la rabbia negli stomaci. È un odore strano da sentire in città, ma chi viene dalla provincia casertana e nolana lo conosce benissimo. All’inizio è un tanfo che somiglia a quello del pesce marcio, poi muta in un sapore orrendo come una somma di tutti i peggiori odori esistenti, un’addizione di tutto ciò che si decompone, marcisce, va in putrefazione. Questa apocalisse che entra dal naso e ciclicamente invade tutto, sembra anch’essa un male ineludibile, una malformità normale. Non è così. Non esiste soluzione di continuità tra la questione dei rifiuti e la camorra. Non esiste un momento in cui le amministrazioni sono riuscite a interrompere il rapporto e a trovare soluzione. Non c’è stato un momento in cui i rifiuti hanno smesso di essere – come si evince in un’intercettazione di un imprenditore dei rifiuti del clan Fabbrocino: “Business, business, business”. Per lui e per chiunque come lui abbia voluto tuffarsi dentro negli ultimi vent’anni. Negli anni ‘90, Nunzio Perrella ex uomo del clan Puccinelli, un sodalizio noto per i traffici di cocaina, fu uno dei primi che sbaragliò le indagini, e quando decise di pentirsi la prima cosa che disse ai pm fu: “Dottore, ma quella la munnezza è oro”. Così iniziò a raccontare di un business capace di mettere in ombra quello della cocaina. I giudici non gli credevano. Temevano volesse occultare il narcotraffico, ma Perrella iniziò a parlare dei veri principi della spazzatura, i Casalesi. Il sodalizio di Francesco ‘Sandokan’ Schiavone, Francesco Bidognetti ‘Cicciotto di Mezzanotte’, che assieme ai La Torre di Mondragone e i Mallardo di Giugliano rappresentano forse il polo imprenditoriale per la raccolta e lo smaltimento rifiuti ordinari e speciali più organizzato e potente d’Italia. Ovviamente il loro potere risiede nei capitali e nelle società che muovono attraverso personaggi inseriti nei consorzi, imprenditori, consulenti. Una rete di discariche, cave, camion, finanziamenti pubblici e rapporti tra privati che è determinata da una borghesia imprenditoriale capace di condizionare la salute di milioni di persone e di fatturare capitali elevatissimi, riuscendo a influenzare amministrazioni politiche e finanziamenti pubblici. Il vero ministro dei rifiuti della camorra oggi è Antonio Iovine detto ‘O’ Ninno’ ossia il poppante. Sopranome dovuto al suo viso di ragazzino che aveva quando divenne molto presto dirigente del gruppo criminale. Antonio Iovine latitante da dieci anni, capoclan di San Cipriano d’Aversa, ma con la capacità di muoversi su Roma, ormai seconda città nell’orbita dei Casalesi, e anche all’estero. Ogni decisione riguardo i rifiuti passa per le sue valutazioni. L’unico vero riferimento con poteri straordinari è lui, O’ Ninno. La scelta di trafficare in rifiuti espone a minori rischi di natura penale, poiché i reati connessi alla raccolta, al trasporto e allo smaltimento illegali spesso sono soggetti a prescrizione. I rifiuti sono la merce. La merce morta vale più di quella viva. Come avviene per le pompe funebri, i clan sanno benissimo che non ci sarà mai crisi. Si consumeranno cose e persone. Spazzatura e morti non mancheranno e divengono basi certe per poter essere usate e diventare forze produttive per poi osare in altri campi meno certi e sicuri. Il meccanismo dei rifiuti permette a ogni passaggio di guadagnare. I clan che hanno i camion, le ruspe bobcat, le discariche. Guadagnano quando raccolgono, guadagnano quando sversano e fanno sversare nelle loro discariche. Ma da questo guadagno ne hanno ricavato vantaggio le maggiori imprese italiane, negli ultimi trent’anni le discariche campane sono state riempite, le cave rese satolle, ogni possibile spazio utilizzato, la spazzatura di Napoli, non è la spazzatura di Napoli. Le discariche campane non sono state intasate solo dai rifiuti solidi urbani campani, ma sono state occupate, invase, colmate dai rifiuti speciali e ordinari di tutto il Paese, dislocati dalle rotte gestite dei clan. La spazzatura napoletana appartiene all’intero Paese nella misura in cui per più di trent’anni rifiuti di ogni tipo – tossici, ospedalieri, persino le ossa dei morti delle terre cimiteriali – sono stati smaltiti in Campania e più allargatamene nel Mezzogiorno. L’operazione Houdini del 2004 ha dimostrato che il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso: un risparmio dell’80 per cento. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di 3 ettari. Questa montagna di rifiuti sarebbe la più grande montagna esistente non solo in Italia, ma sulla Terra. I traffici di rifiuti tossici hanno visto il sud Italia essere il vero luogo dove far ammortizzare i prezzi elevati dello smaltimento. La camorra ha fatto risparmiare capitali astronomici alle imprese del nord Italia. Secondo le Procure di Napoli e di Santa Maria Capua Vetere, 18 mila tonnellate di rifiuti tossici partiti da Brescia sono stati smaltiti tra Napoli e Caserta. In quattro anni un milione di tonnellate sono tutte finite a Santa Maria Capua Vetere. I rifiuti trattati negli impianti di Milano, Pavia e Pisa sono stati sotterrati in Campania. L’inchiesta Madre Terra scoprì che in soli 40 giorni oltre 6.500 tonnellate di rifiuti dalla Lombardia giunsero a Trentola Ducenta, vicino a Caserta: 500 tonnellate solo da Milano. E ancora nel casertano e nel napoletano i Nas hanno scoperto rifiuti prodotti da petrolchimici storici come quello dell’ex Enichem di Priolo, fanghi conciari della zona di Santa Croce sull’Arno, fanghi dei depuratori di Venezia e di Forlì di proprietà di società a prevalente capitale pubblico. Grazzanise è stata prediletta per sversare i fazzoletti usati per asciugare le mammelle delle vacche venete munte, Capua per i toner delle stampanti, a ogni luogo i clan hanno fatto adottare un veleno. I traffici di rifiuti illegali hanno anche permesso ai clan di interagire in assoluto monopolio con gli imprenditori che gestiscono l’aspetto legale della faccenda. La prova della connessione tra i clan e i rifiuti solidi urbani si ha nel casertano alla fine del 2000, quando vengono arrestati personaggi di prim’ordine nel business ecologico: Raffaele Sarnataro, Salvatore Barbieri e Giacomo Diana detto ‘Cappellone’ per la sua passione per i cappelli da cowboy, ma anche ‘Zio Paperone’ per la sua disponibilità di liquidità. La loro Covim non era una società di straccioni, ma stava diventando un’azienda tra le più importanti in Italia nella raccolta e smaltimento. I tre imprenditori vengono arrestati perché danno 60 milioni di lire al mese ai La Torre, un clan con affari in Scozia e Olanda. Gli imputati sostengono di essere vittime di un’estorsione, ma secondo i collaboratori di giustizia c’era un patto politico mafioso tra questa società e il clan di Augusto La Torre. Raffaele Sarnataro era in grado di gestire appalti puliti ovunque: quando la Dia nel 2006 gli confisca i beni, trova ville ad Anacapri e Portorotondo, luoghi di villeggiatura di lusso, ma soprattutto templi estivi per fare affari e incontrare imprenditori vincenti. A Mondragone la raccolta rifiuti è stata gestita direttamente dalla famiglia La Torre attraverso i cugini di Augusto. Fare affari con i rifiuti conviene, Giuseppe Diana, uomo che secondo l’Antimafia di Napoli sarebbe un interfaccia economico primario negli affari dei Casalesi: secondo le indagini di Raffaele Cantone e Alessandro Milita doveva far arrivare in Italia una somma pari a 21 milioni di dollari proveniente dall’Ungheria e tentare, secondo le accuse, di acquistare attraverso la mediazione di Giorgio Chinaglia la squadra della Lazio, cercando di strapparla al presidente Claudio Lotito. È a questo che bisognerebbe pensare quando si getta qualcosa nella pattumiera sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero. Bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia festosa che andranno a beccare i gabbiani, ma muterà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. Toccare i rifiuti significa divenire d’oro, un re Mida al contrario. L’emergenza è uno dei momenti in cui si guadagna di più. Quando si cumulano sacchetti, i bronchi dei cittadini si irritano, la benzina viene gettata sui bidoni per bruciarli, quando le televisioni di tutto il mondo riprendono i cassonetti che sembrano sventrati con le budella da fuori, c’è necessità di toglierli per evitare epidemie gravi, c’è necessità di risolvere subito, non badando dove si smaltirà e i mezzi che lo faranno, questa necessità porta a usare i mezzi bobcat, camion, appaltati con noli a freddo e a caldo, ossia non controllabili e quindi facilmente gestibili dalle ditte dei clan. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono, si è finto di non capire che fino a quando sarebbe rimasto tutto in discarica non c’era la possibilità matematica di non arrivare a una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, quando nelle discariche finisce tutto, la discarica si intasa. Quando non si è arrivati a costruire termovalorizzatori, dando garanzie alle popolazioni, quando non si è arrivati a una seria raccolta differenziata, a una battaglia reale contro le imprese di rifiuti vicini ai clan, non si è arrivati a far nulla. Non chiudendo il ciclo si accumulano le ecoballe, ossia il combustibile solido triturato ottenuto trattando i rifiuti solidi urbani, insomma giganteschi sacchettoni di immondizia tritata: in pochi anni sono stati accumulati 4,3 milioni di tonnellate di ecoballe, una fila infinita che unisce i comuni di Giuliano e Villa Literno, trasformando i terreni dove sono stoccate in un solo conglomerato unificato da questo esercito di cilindri spesso bianchi, che danno l’impressione di essere milioni di enormi pillole che nessun gigante vorrebbe inghiottire. Ecoballe in attesa di venire bruciate, ma si è scoperto pochi mesi fa che non sono state impacchettate a norma, quindi queste ecoballe non potranno mai più essere smaltite, posto che ci vorrebbe un quarto di secolo per tentare di farlo, e con l’impossibilità di bruciarle il meccanismo in cui hanno investito quasi tutti i clan si scopre vincente, perché fittare terreni per le ecoballe sarà una risorsa continua e costante. Non si smaltiranno mai le ecoballe e lo Stato continuerà a pagare il fitto delle terre senza limite. In alcuni casi questi beni sono stati acquistati pochi giorni prima delle locazioni a prezzi di gran lunga inferiori rispetto al mercato. Il meccanismo era semplice: appena si sapeva dove avrebbero voluto far stoccare le ecoballe, intermediari si presentavano dai proprietari dei terreni, spesso piccoli agricoltori, e compravano i loro moggi. Il meccanismo di acquisto prediligeva i proprietari malati di cancro, erano i più ambiti dai mediatori, perché erano quelli che avevano bisogno di soldi e subito. Lo stesso valeva per i proprietari con figlie da sposare, debiti da saldare. Nelle campagne vendere ai mediatori del business dei rifiuti è divenuta una specie di liquidazione per i coltivatori diretti che ormai vedono le proprie pesche o mele annurche puzzare di fogna. Le locazioni le ha fatte la Fibe che è una società privata che ha di fatto la gestione dell’intero ciclo dei rifiuti, il contratto con la Fibe è stato fatto dalla precedente giunta regionale di centrodestra, Antonio Rastrelli. Oggi sulla Fibe ci sono indagini della Procura e sono imputati i vertici della società. La politica quando tocca gli affari sui rifiuti sembra non avere più perimetri e confini, e centrodestra e centrosinistra sembrano uniformarsi nei discorsi, nelle scelte, nelle politiche, non riuscendo più a distinguere le sedimentazioni di scelte e provvedimenti. In Campania la criminalità ha speculato sui terreni acquistati per realizzare impianti di stoccaggio provvisorio. Gli affari sono quantificati in 800 milioni di euro ed è il fatturato delle imprese dei clan per i rifiuti urbani in Campania, Calabria, Sicilia e Puglia, mentre è di un miliardo di euro di gestione della struttura emergenziale in Campania. Questo escludendo i traffici illegali di scorie tossiche. Uno dei satrapi veri dei rifiuti, secondo le inchieste dell’Antimafia napoletana, è Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione, ma con l’autorizzazione unica necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione di due discariche abusive di proprietà della Resit e acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese, secondo le accuse, è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale alle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Chianese, secondo le accuse, non aiutava solo la Campania a trovare posto per i rifiuti, ma anche l’ala militare dei Casalesi a cui offriva pure lo ’smaltimento’ delle auto utilizzate per commettere omicidi e i suoi uffici per ospitare riunioni tra i boss. La storia di Chianese si inanella con un’inchiesta incredibile, la Adelphi, una vecchia inchiesta del 1993 che mostrò che la massoneria aveva necessità dei contatti con la Campania e con i Casalesi, perché bisognava trovare con urgenza agli imprenditori del Centro-nord un modo di risparmiare sugli sversamenti dei rifiuti. Nell’inchiesta che vede come uno dei maggiori imputati Licio Gelli c’è anche il nipote del boss Francesco Bidognetti, Gaetano Cerci, che viene fermato proprio fuori la villa del maestro venerabile. I massoni delle logge toscane assieme a boss casalesi e imprenditori aversani facevano affari da migliaia di miliardi di lire. Segnala ancora l’Antimafia di Napoli riguardo la vicenda di Chianese: “Le indagini giudiziarie hanno consentito, sinora, di accertare che proprio la gestione del ciclo dei rifiuti rappresenta la merce di scambio nella camera di compensazione tra affari criminali e affari apparentemente leciti, con l’arbitraggio di settori della politica. È un segmento di mercato che muove centinaia di milioni di euro ogni anno ed è quello che più di ogni altro continua a garantire altissima redditività con scarso rischio d’impresa e, quindi, posti di lavoro: di alto livello, attraverso gli incarichi professionali e le consulenze e con l’assunzione diretta, talvolta esclusivamente clientelare di manovalanza proveniente anche dai ranghi inferiori della camorra”. L’avvocato Chianese nella zona è il simbolo del successo, ma non sono le sue proprietà a renderlo una sorta di imperatore ammirato e invidiato, né i suoi rapporti potenti, piuttosto è un gesto che si racconta in paese come una leggenda, a renderlo unico. Durante il periodo natalizio, ogni anno, assieme agli amici parte con il suo aereo privato per isole tropicali, vacanze che offre interamente lui a tutta la comitiva. Mai trascurare l’immagine, neanche quando si tratta di rifiuti. C’è un momento però in cui gli affari cambiano vento. I riferimenti politici, istituzionali, devono repentinamente cambiare, conviene che cambino. Mai per ideologia, che è il miglior modo per essere affaristi scadenti. Ma per fare affari migliori. Joe Marrazzo fa dire a Raffaele Cutolo “la politica è l’arte di fottere chi sta con te per ideologia e tu lo fai per affari”. Negli anni 2000 si nota un cambiamento nelle dialettiche dei rifiuti quando passano dall’area del centrodestra al centrosinistra importanti imprenditori di Casal di Principe. I fratelli Sergio e Michele Orsi e Nicola Ferraro. I primi passano dal centrodestra ai Ds; il secondo, nipote di Pietropaolo Ferraiuolo, vicepresidente del consiglio regionale di Forza Italia, diviene l’unico consigliere regionale Udeur eletto nel collegio della provincia di Caserta con oltre 13 mila voti. Una coraggiosa e approfondita inchiesta dei pm antimafia Raffaele Cantone e Alessandro Milita ha portato alla luce i meccanismi inquietanti con cui i fratelli Orsi facevano affari. Ciò che l’indagine dimostra è il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico, imprenditoriale e camorristico, uniti in confini impercettibili nel sistema dei consorzi. Il consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. La creazione delle società miste non doveva servire ad attribuire direttamente gli appalti, doveva essere un mezzo per far abbassare i prezzi e per rendere il servizio migliore. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. La ragione del consorzio nasce perché più comuni che si mettono insieme possono spuntare prezzi migliori e fare raccolta differenziata a livelli maggiori. Ma questo bisognava farlo col rispetto delle regole. In breve accade che il Consorzio di enti pubblici CE4 acquista per una cifra enorme e gonfiata (circa 9 milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tengono per sé gli utili e scaricano sul Consorzio le perdite. Pesanti le accuse contestate a Claudio De Biasio, subcommissario per l’emergenza rifiuti in Campania, che in una telefonata gli Orsi definiscono “un uomo nostro” da mettere al commissariato rifiuti. Il coordinatore della Dda di Napoli Franco Roberti ha parlato di commistione tra “controllori e controllati”. Pesanti le accuse a Giuseppe Valente, uomo di Forza Italia e presidente del Ce4 fino al commissariamento del consorzio, alla fine del luglio 2006: nell’inchiesta della Procura di Napoli ci sono decine di intercettazioni dove Valente dà ordini agli Orsi su come gestire le attività e permettere di attuare ciò che, secondo le accuse, sarebbe la più grande truffa mai fatta nel meccanismo dei rifiuti. Nell’inchiesta si parla di una riunione in un ristorante di Formia alla quale partecipano i vecchi gestori della Covim, i fratelli Orsi e Giacomo Diana ‘Zio Paperone’, e dove si stabiliscono le quote che il clan deve continuare ad avere. Gli Orsi riuscirono a vincere l’appalto in modo geniale. La loro società non ha esperienze nel settore e non ha speranze di ottenere punteggi nella gara. La legge sull’imprenditoria femminile è la soluzione. Gli Orsi fanno presentare l’impresa Flora Ambiente (Flora è il nome di una figlia dell’imprenditore) e così hanno un punteggio in più. Un altro personaggio fondamentale per capire lo spostamento al centrosinistra dell’imprenditoria legata al mondo dei rifiuti è Nicola Ferraro, punta di diamante dell’Udeur. Ferraro è soggetto a cui fu negato la certificazione antimafia dalla Prefettura. La prefettura di Caserta scrisse: “Sussistono le cause interdettive previste dalla normativa antimafia”. Nicola Ferraro in un’intervista ha dichiarato che l’unica sua colpa è di essere imparentato con ‘Sandokan’: “La mia unica colpa è che mio fratello ha sposato la parente di un boss, il nonno di mia cognata è fratello del nonno di Francesco Schiavone”. Intanto trattare i rifiuti serve anche a scalare le vette politiche, Ferraro infatti è presidente di una Commissione importante alla Regione, la Consiliare Permanente, una sorta di Commissione affari istituzionali, una specie di filtro di tutto quello che fa la Regione: ciò dimostra che i rifiuti hanno fatto bene. I fratelli Orsi si iscrivono alla sezione dei Ds, avvicinano la Margherita e addirittura cercano di accreditarsi con Rifondazione comunista: arrivarono persino alla segreteria nazionale di Rc, offrendosi come finanziatori di iniziative di partito e disponibili a sostenere campagne elettorali. A fermarli fu Francesco Forgione che comprese subito il loro intento, l’obiettivo di distogliere l’attenzione e di accreditarsi con una parte politica antimafia. Uomini di destra passano a sinistra, si avvicinano a quanto di più lontano ci sia dagli affari. Non c’è ideologia, l’affare è affare e il potere e il danaro vanno da chiunque in ogni momento. È nella sede di Orta di Atella che hanno bussato i fratelli Orsi. L’ex sindaco di Orta di Atella è il diessino Angelo Brancaccio, ora agli arresti domiciliari: è stato il sindaco ds più votato della storia con circa il 90 per cento dei voti. Le accuse sono molteplici: si va dal peculato alla corruzione, dal favoreggiamento alla truffa, dall’estorsione alla rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio. Brancaccio è attuale consigliere regionale campano dei Ds, nonché segretario dell’ufficio di Presidenza della Regione Campania. Nelle 258 pagine dell’ordinanza, scrivono i giudici, l’arresto dell’esponente politico s’è reso necessario per la “notevole capacità criminale” dello stesso il quale è “persona scaltra che si ingrazia il favore dei pubblici ufficiali e si rende autore di comportamenti corruttivi non solo nell’interesse proprio, ma anche per dimostrare a terzi il suo immenso potere politico esercitato sulla magistratura”. Nella sede diessina di Orta pare sia andato a bussare anche Carmine Iovine, imparentato con il boss O’Ninno, Antonio Iovine. Se la camorra dovesse avere un’idea, quella sarebbe un’idea ecologista. Di un ecologismo nuovo, fondato sull’interpretazione dei rifiuti come profitto vero e quindi del superamento di ogni idea di tutela. La vera tutela è far circolare danaro e nasconderlo sul progetto di bene, pace, verde, solidarietà. Ma i clan non hanno ideologie. È davvero interessante vedere nelle intercettazioni come sono interessati a non avere attenzione. La disattenzione giornalistica è fondamentale, come lo è la legislazione sull’ecomafie. Nell’inchiesta sui fratelli Orsi emerge la vicenda inquietantissima della loro volontà di comprare giornalisti e condizionare con la pubblicità i giornali locali. In una terra dove è avvenuto il più grande processo di mafia degli ultimi 15 anni, il processo Spartacus, senza ricevere attenzione nazionale, dove il lavoro dei cronisti locali viene sempre costretto ai perimetri regionali, è molto semplice agire. Basta condizionare il territorio locale, e l’affare è protetto. Perché secondo quanto dicono nelle telefonate, “se non ne parlano i giornali non si muove la magistratura”. Le diverse emergenze degli ultimi anni della gestione Rastrelli e della gestione Bassolino hanno inondato di soldi il settore dei rifiuti. Ciò ha permesso alle imprese più capaci di migliorare i mezzi, di mettere appunto nuove strategie di lavoro. Miglioramenti che hanno ovviamente esportato in ogni luogo dove vincono gli appalti. Così oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi del mondo. Se si va in Liguria o nel Piemonte, sono numerosissime le attività che vengono gestite da società campane che operano con tutti i criteri e in modo impeccabile. Spesso la loro capacità di vincere risiede nella capacità di saper smaltire. A Nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente; a Sud si sotterra, si lercia, si brucia. Il collaboratore di giustizia Gianfranco Mancaniello del clan dei Muzzoni di Sessa Aurunca racconta una riunione tra i boss che avevano ricevuto la proposta da alcuni imprenditori del Nordest di ‘risolvere’ alcune tonnellate di rifiuti tossici. Così il boss inizia a pensare in quante discariche e sotto quale tappeto di terra ficcare i veleni. Un affiliato gli ricorda: “Ma noi così contaminiamo le falde acquifere”; e il boss senza pensarci un momento risponde: “E a noi che ce ne importa, tanto beviamo l’acqua minerale”. La storia dei rifiuti è la storia degli affari veri, dei boss imprenditori, degli imprenditori in grado di non porsi altro limite che il profitto, della politica terrorizzata o determinata, delle rivolte contro i camion, dei bimbi deformi, dei silenzi comprati e di un intero Paese che sversa i suoi rifiuti a Sud e che dal Sud prende risorse. Esco dall’ospedale, il piccolo Francesco si è addormentato. La sensazione che mi sale è di vendetta, sensazione ingenua, puerile, adolescenziale, di budella che si torcono. La voglia è di inchiodare qualche simbolico responsabile vicino alla parete e facendogli sentire l’alito delle parole chiedergli motivo, pretendere spiegazione di tutto quest’inferno. Ma invece la rabbia resta nello stomaco, o stringendo le dita più forte dei denti. La vera tragedia è che attraverso il meccanismo dei rifiuti non hanno soltanto avvelenato le terre, appestato di cancro migliaia di persone, divelto la bellezza di interi territori, stuprato piantagioni, colture, divorato montagne, non hanno spremuto danaro da ogni cosa viva e morta, non hanno soltanto fatto questo al presente. Ma hanno contaminato per sempre ciò che sarà. n (Roberto Saviano – L’Espresso del 1° Giugno)

Fonte:L’Espresso

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