assalto ai cristiani di Gaza

Gerusalemme. Abu Mazen porta avanti la
sua strategia d’isolamento di Hamas, appoggiato
dal premier israeliano Ehud Olmert e
dal presidente americano George W. Bush,
freschi dell’incontro di Washington. Ieri, in
un discorso televisivo dagli insoliti toni forti,
il presidente di quella che era l’Anp ha accusato
Hamas di aver “rimpiazzato il progetto
nazionale con il proprio progetto d’oscurità”.
“Non ci sarà dialogo con questi terroristi assassini”,
ha detto. Le forze di Fatah, all’indomani
della conquista
da parte di Hamas
della Striscia di Gaza,
hanno assalito
postazioni del
gruppo islamista in
Cisgiordania e arrestato
suoi esponenti.
Il partito del rais e le
forze militari e paramilitari
collegate al gruppo sono considerate più
radicate e meglio armate di Hamas nella regione.
Ma tra le file dell’organizzazione islamista
c’è chi mette in guardia contro un eccessivo
ottimismo: “Pensano che Hamas sia
debole in Cisgiordania come credevano lo
fosse a Gaza – ha detto l’ex ministro degli
Esteri del movimento, Mahmoud Zahar – E’
meglio per loro che non cadano nella trappola”.
Hamas ha il suo stato a Gaza e il timore
dei paesi vicini è che da quel nucleo possa
muovere non solo in Cisgiordania, ma nell’intera
regione, come teme il re saudita Abdullah,
impegnato in un viaggio in Europa, e il
sovrano hashemita Abdallah di Giordania,
che studia ipotesi di collaborazione, se non
federazione, con l’Anp. E’ difficile capire lo
status di Hamas nel territorio ancora controllato
da Fatah. I risultati elettorali erano stati
favorevoli al gruppo islamista in alcune
città del nord della Cisgiordania, come Nablus,
Jenin e Qalqiliya, e proprio a Nablus,
secondo fonti dell’Associated Press, Hamas
avrebbe 4.000 uomini armati. Il Wall Street
Journal racconta del traffico d’armi in favore
dell’organizzazione a Gaza, nei mesi passati.
Spiega come – secondo lo Shin Bet, i servizi
interni israeliani – circa 25 mila fucili abbiano
attraversato il poroso confine tra la
Striscia e l’Egitto. “In sezioni della Cisgiordania
e della Giordania – scrive il WSJ – ci sono
segni di una tendenza simile”.
L’Olp ha accusato l’Iran di essere dietro le
battaglie della settimana scorsa e dietro il finanziamento
delle armi. Le stesse accuse arrivano
dal ministro degli Esteri del Cairo,
Ahmed Aboul Gheit. Shlomo Mofaz, ex
membro dell’intelligence militare israeliana
e oggi esperto di antiterrorismo, dice al
Foglio che esiste una differenza tra Gaza e
la Cisgiordania. A nord le forze di Abu Mazen
sono storicamente più radicate, e la situazione
è diversa perché l’esercito israeliano
è ovunque e i ripetuti attacchi di Tsahal
contro Hamas, negli anni, l’hanno indebolita.
“Ma tutto può accadere”.
Hamas gioca per ora un’altra partita. Il
numero due dell’ufficio di Damasco, Moussa
Abu Marzouq, ha dichiarato che un nuovo
governo formato da tecnocrati potrebbe risolvere
la crisi. Il gruppo propone una tregua
a Israele in cambio dell’arresto dei raid.
L’aviazione ha colpito ieri obiettivi a Gaza,
dopo il lancio di due Qassam sul Negev, rivendicato
dal Jihad islamico. Tsahal ha compiuto
operazioni militari lungo il confine
della Striscia e in Cisgiordania, uccidendo
sei miliziani. La situazione a Gaza non è ancora
calma. Gli incidenti maggiori, dopo gli
scontri tra fazioni, sono a danno dei cristiani.
Il convento delle Sorelle del Rosario è
stato assalito e saccheggiato, la porta principale
frantumata a colpi di mortaio.

Pubblicato in: on Giugno 21, 2007 at 6:54 pm Lascia un Commento

Intervista a Bonino

Panorama Economy – 21 giugno 2007

Aumentare il budget servità a ridurre il gap promozionale con gli altri Paesi. Ma occorre razionalizzare gli sforzi. E dire basta ai “viaggi-spot”.

Più risorse e più impegno: sono queste le due parole d’ordine di Emma Bonino, ministro per le Politiche europee e il Commercio internazionale, per rilanciare il nostro export. «Il momento è favorevole» dice Bonino a Economy. «Ma dobbiamo crederci di più, coordinarci meglio e, soprattutto, dotare l’Ice di fondi adeguati».

Non sono abbastanza adeguati quei 60 milioni di euro all’anno?

Possiamo essere propositivi al massimo solo agendo sullo stesso piano economico dei nostri competitor. Oggi per la promozione del suo export la Germania spende 120 milioni, la Spagna 180 e il Regno Unito addirittura 400.

A inizio legislatura lei era molto perplessa sul ruolo dell’Ice. Oggi invece chiede un raddoppio dei finanziamenti. Che cosa è successo?

Non ho mai avuto pregiudizi. Semplicemente ho cercato di vederci chiaro per capire che cosa funzionasse e che cosa invece andasse rivisto.

E che conclusioni ha tratto?

Mi è sembrato assurdo che avessimo decine di sedi e funzionari in mercati già consolidati, come la Spagna o la Francia, e invece neanche un’«antenna» in Azerbaigian o in Qatar. Così abbiamo varato una rete estera che comprende l’apertura di 9 uffici di corrispondenza e il potenziamento di altri 13.

In realtà, le critiche si concentrano più sulla rete interna dell’Ice che su quella estera…

Per il prossimo anno vorrei rivedere anche duella, sempre con l’obiettivo di migliorare il servizio offerto.

Ci sono altri nodi da sciogliere?

La cosa che mi ha più meravigliato in questo primo anno di governo è scoprire che invece di parlare con una voce sola all’estero, da noi c’è una strana concorrenza: Regioni in conflitto tra loro, enti pubblici e privati che si scontrano per avere fondi e visibilità e via di questo passo. Tutti invocano il «sistema Italia», ma poi hanno ben poca voglia di farsi coordinare.

Soluzioni?

Occorre mettere un freno ai viaggi-spot, privilegiando le azioni che diano davvero risultati concreti. Per questo nei prossimi tre anni mi auguro di raggiungere una graduale riduzione e una maggiore efficacia delle attività di promozione, missioni comprese. Aprire i mercati non basta: per favorire il nostro export bisogna restarci e programmare investimenti di lungo periodo.

Quali saranno le aree più interessate dal nuovo piano?

Sui mercati maturi (Stati Uniti, Ue, Giappone), che oggi valgono il 53% delle nostre esportazioni, manterremo il giusto presidio. Poi c’è la zona mediterraneo-balcanica, Turchia compresa, dove puntiamo a estendere la nostra presenza, anche per motivi geopolitici. A partire da quest’anno, poi, analizzeremo altri Paesi ad alto potenziale come Kazakhstan, Messico e Indonesia. Ma naturalmente il nostro sforzo si concentrerà sulle quattro economie emergenti: Brasile, Russia, India e Cina restano mercati dalle opportunità enormi.

Pubblicato in: on at 6:50 pm Lascia un Commento

il fallimento del Doha Round

Roma, 21 giugno 2007- “Ho preso atto con rammarico del fallimento delle trattative ristrette del G4 a Potsdam e delle dichiarazioni del Commissario Peter Mandelson. Il governo italiano ha appoggiato ancora una volta con determinazione gli sforzi della Commissione tesi a superare, con i partner principali, l’impasse negoziale del Doha Round; anche se, personalmente, non ho fatto mistero della convinzione che ci volesse un miracolo per riuscire. Il miracolo, purtroppo, non c’é stato e, a questo punto, è necessaria una seria riflessione a livello europeo”.
È quanto afferma Emma Bonino, Ministro per il Commercio Internazionale e per le Politiche Europee commentando il mancato accordo per il rilancio del Doha Round da parte di Unione Europea, Stati Uniti, Brasile e India. “Una riflessione che serva innanzitutto per analizzare le cause di questo ennesimo fallimento” – continua Bonino – “che getta un’ombra sulle prospettive residue di successo del Round nel periodo che precederà le elezioni Presidenziali in Usa. In secondo luogo, per valutare come gestire al meglio – sul piano multilaterale, ma non solo – la crescita dei flussi di commercio e di investimenti che continua impetuosa e a ritmo serrato a livello mondiale, anche in carenza di nuove regole e accordi tariffari in ambito Wto. Una riunione informale dei Ministri del Commercio é stata convocata in luglio dalla futura Presidenza Portoghese. Sarà verosimilmente l’ultima occasione per un dibattito aperto e serio sul da farsi”.

Pubblicato in: on at 6:49 pm Lascia un Commento