STILL HANGING

STILL HANGING

Al-Ahram Weekly – July 7, 2007

The case of opposition leader Ayman Nour continues to drag on, with any decision on his release from prison delayed until the end of July

by Mona El-Nahhas

The Administrative Court will give a final ruling on whether opposition leader Ayman Nour can be released from prison on health grounds on 31 July, the court panel hearing Nour’s petition decided on Tuesday.

Asked whether she thought the court would rule in Nour’s favour, Nour’s wife Gamila Ismail told reporters that nothing could be predicted.

Nour’s defence team had asked the panel to issue a final ruling on Tuesday, arguing that they had submitted all the documents asked for by the court. The presiding judge responded that the court needed more time to study documents presented by both Nour’s lawyers and the government.

Medical reports, compiled by leading professors of forensic medicine, had been submitted to the court by Nour’s defence, questioning earlier reports submitted by the Forensic Medicine Authority which had concluded Nour’s current health did not justify early release.

During Tuesday’s hearing session lawyers representing the government had objected to the submission of independent reports, arguing their neutrality could not be guaranteed. Nour had been suffering from diabetes, heart problems and hypertension long before he was jailed, said the government lawyers, and there was no evidence to suggest his condition had deteriorated since his detention. Any release on health grounds remains conditional: i.e. should the prisoner’s health improve sufficiently following release he would be returned to prison.

The court has linked Nour’s case to that of a second prisoner, Ahmed Mazloum, who is also seeking release on health grounds. Both cases, said the court, should be heard in tandem and any judgement will have to wait for the official report into Mazloum’s medical condition. Following delays on the part of the state’s Forensic Medicine Authority in compiling Mazloum’s medical report, his relatives have appealed to leading forensic specialists to help compile an independent assessment of Mazloum’s condition.

During Tuesday’s session government lawyers asked the court to delay its ruling until the official report is ready and to disregard unofficial reports. The panel replied that it was not the prerogative of lawyers to dictate what the court should do.

Nour, former chairman of the liberal Al-Ghad Party and a candidate in Egypt’s first contested presidential elections, was jailed in December 2005 on charges of forging the signatures needed for his party to be licensed. If released, Nour would be banned from re- entering politics.

The State Jurisdiction Authority — representing the government — filed an appeal before the Higher Administrative Court contesting the Cairo Administrative Court’s right to hear Nour’s petition. On Monday, the Higher Administrative Court decided to delay the hearing of the appeal until 2 September.

Nour’s petition has long been dogged by struggles between various legal bodies over which has the right to decide whether or not he is released. Prosecutor-General Abdel-Meguid Mahmoud earlier argued that it was his prerogative to decide whether or not Nour was eligible for early release on health grounds, though when Nour appealed to Mahmoud asking for a release, the prosecutor-general, in what was interpreted as an attempt to avoid any embarrassment with the regime should he feel compelled to order a release, referred the petition to the Criminal Court which had originally sentenced Nour. Nour subsequently filed a case against Mahmoud before the Administrative Court.

Many legal experts believe the battle over prerogatives is being orchestrated with the aim of avoiding the implementation of any ruling should the court find in Nour’s favour.

Pubblicato in:  on Luglio 7, 2007 at 6:44 pm Lascia un Commento

“QUESTA SINISTRA CI ALLONTANA DALL’UE”

“QUESTA SINISTRA CI ALLONTANA DALL’UE”

Il Messaggero – 7 luglio 2007

Bonino: i presidenti delle Camere? Due ex sindacalisti, non facciano i guastatori

di Marco Conti

ROMA – Ministro Bonino, Prodi ha annunciato a breve una sua proposta “prendere o lasciare”. Mediazione doverosa o mediazione tardiva?

«Credo sia una mediazione necessaria perché è doveroso, questo sì, dare una risposta alle esigenze del Paese. Non si tratta di mediare per trovare una soluzione tecnica quanto di porre finalmente al centro del negoziato le priorità dello stato sociale, di cui le pensioni sono solo una parte, anche se assorbono in Italia il 61,3% della spesa previdenziale, rispetto al 45,9% della media europea».

Non pensa sia stato un errore mettere mano ad una delle poche riforme della passata maggioranza?

«Fermo restando che l’innalzamento dell’età pensionabile è un obiettivo di ogni governo in Europa, e deve esserlo anche di questo, la riforma della passata maggioranza pone certamente, anche se per un numero limitato di persone – 120.000 – un problema di equità. Perché il salto è brusco. A questo problema dobbiamo far fronte senza però compromettere le finanze pubbliche».

L’ala riformista della maggioranza non rischia di dover subire una nuova mediazione al ribasso?

«Noi radicali e Rosa nel pugno abbiamo da tempo chiarito le nostre posizioni e molte altre voci si sono fatte sentire con forza: sostenibilità dei conti pubblici e attenzione verso l’intera società e non solo verso minoranze. Mi auguro che il Presidente del Consiglio, da sempre attento a queste esigenze, sappia trovare la giusta sintesi».

Bertinotti avverte il rischio di crisi. Condivide?

«Beh, da che pulpito! A me pare che sia la sinistra comunista a soffiare sul fuoco, arroccandosi su posizioni che ci allontanano drammaticamente dall’Europa, e che usa la crisi di governo come una clava per non trovare una soluzione, trincerandosi dietro posizioni ideologiche, quando non corporative».

Che ne pensa dei ripetuti interventi dei due presidenti delle Camere su materie di confronto politico?

«Visto il trascorso da sindacalisti di entrambi, non mi sorprendo! Ma sarebbe auspicabile, in virtù della loro alta funzione, che agissero più come facilitatori del dibattito che come guastatori del negoziato…».

La riforma va fatta nell’interesse di coloro che hanno iniziato a lavorare molto presto o dei giovani?

«In realtà il dibattito è tutto teso a risolvere il problema di “pochi”. Anche se avessimo i soldi, questo non è il problema prioritario. Lo sono invece i giovani ai quali dovremmo destinare molti più interventi e più risorse di quelle finora dedicati in questo confronto. E` sulla previdenza dei giovani che dobbiamo investire; sulla maggiore partecipazione al lavoro delle donne, anzitutto prevedendo più servizi».

Teme un declassamento del debito italiano?

«Senza essere facili Cassandre con un debito superiore al 100% del Pil siamo quotidianamente sotto osservazione. Questo Governo rientrerà nei prossimi anni sotto questa cifra se saprà fare importanti riforme strutturali. Diversamente, continueremo a ballare sul ponte del Titanic, con Giordano, Epifani e Diliberto a fare da orchestrina».

Pubblicato in:  on at 6:44 pm Lascia un Commento

JOHANNESBURG UN RIENTRO PER IL SISTEMA ITALIA

AFRICA/ BONINO: A JOHANNESBURG UN RIENTRO PER IL SISTEMA ITALIA

Da un lancio ApCom di ieri, venerdì 6 luglio 2007

Non è un arrivo ma un rientro in Sudafrica quello che prepara l’Italia con la missione di Confindustria e Ice da lunedì prossimo, a partire da Johannesburg: lo sottolinea il ministro del Commercio Estero Emma Bonino. Ma un rientro che “indica la rinascita dell’interesse dell’Italia per l’Africa”, come anche la visita in Ghana del presidente Napolitano negli stessi giorni “e la presenza di Prodi in Etiopia” a gennaio. “Bisogna tenere presente che in Sudafrica fino agli anni Ottanta la presenza italiana era molto forte”, dice Bonino a Apcom.

“Oggi c’è una volontà di ritorno nel senso di approfondimento” in Sudafrica “c’è una memoria storica importante. Ci sono italiani radicati nel paese che hanno una storia straordinaria”, e ricorda il settore della viticoltura ma anche Salvatore Sarno, il trapanese trapiantato a Cape Town che ha allestito per la Coppa America la barca sudafricana “Shosholoza”. In lingua zulu, “andiamo avanti”; quasi un monito.

La delegazione di Confindustria, che nella prima giornata a Johannesburg è accompagnata non solo da Bonino ma dal ministro degli Esteri d’Alema, conta 135 imprese, “medie e grandi ma anche piccole”, e soprattutto i rappresentanti di tante banche, “una presenza fondamentale” ricorda Bonino soprattutto per accompagnare le Pmi in una avventura africana. “Parmalat c’è già, come anche la Fiat. Ci si può muovere in tanti settori, dalle infrastrutture alle tecnologie ai sistemi più noti di produzione italiana, per esempio i macchinari”.

L’importante è tornare: perché il Sudafrica, ricorda Bonino, “ha il 40% della produzione industriale africana e il 25% del pil del continente. Riteniamo che possa far parte a pieno titolo dei cosiddetti paesi emergenti”. Anche se un handicap grosso c’è: “non c’è un collegamento diretto. Tutte le grandi capitali hanno voli diretti sul Sudafrica. Parigi, Madrid, Berlino, Londra…tutti tranne noi”. Fragilità che colpisce ovviamente anche il settore turistico e in modo non indifferente.

Ma il continente non è solo Sudafrica e “il mercato africano è molto variegato”. La strategia di penetrazione geografica dell’Ice, dettaglia Bonino, prevede l’apertura di una sede l’anno prossimo non solo a Capetown ma in altri punti nodali per il futuro del continente: Addis Abeba, come sede dell’Unione Africana, e la capitale angolana Luanda. Per creare una struttura di partenza degli investitori; “sempre nella speranza di essere accompagnati dalla rete bancaria”; per questo la folta rappresentanza di istituti di credito in partenza con Confindustria sembra importante al ministro.

Anche nella prospettiva commerciale, Bonino accompagna Massimo D’Alema nelle due successive tappe della missione che si estenderà per loro, dopo il Sudafrica, in Mozambico e Repubblica Democratica del Congo. “Le economie del Mozambico e del Sudafrica si stanno integrando” rileva Bonino e ricorda l’importanza del processo democratico a Maputo, con il ruolo cruciale di mediatore nel processo di pace giocato da Aldo Ajello, all’epoca inviato italiano delle Nazioni Unite e in seguito inviato dell’Unione Europea anche a Kinshasa. Se il Mozambico è una realtà in crescita, il Congo di Joseph Kabila “è un paese dalla transizione ancora fragile; andiamo per verificare”. E per analizzare le possibilità del futuro in questa porzione d’Africa ricchissima di materie prime dove, osserva il ministro, “le potenzialità sono enormi”.

Missione in ogni caso che ha un doppio taglio economico e politico. Il Sudafrica è come l’Italia per il biennio 2007-2008 nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, partner importante nella ricerca di alleati per la moratoria contro la pena di morte all’Assemblea del Palazzo di Vetro. “E’ un tema che tratteremo” promette Bonino. “Ma in Sudafrica è già acquisito da tempo; si tratta solo di formalizzare la volontà di essere cosponsor dell’iniziativa italiana, una volontà espressa già tempo fa. Si trattarà piuttosto di riscaldare il Mozambico. Non ha detto di no, ma ancora non ha preso impegni precisi”.

Pubblicato in:  on at 6:42 pm Lascia un Commento

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Pubblicato in:  on Luglio 4, 2007 at 10:05 pm Lascia un Commento

I RIFORMISTI E LE PENSIONI, QUELLI VERI NON CI STANNO

I RIFORMISTI E LE PENSIONI, QUELLI VERI NON CI STANNO

Il Sole 24 Ore – 4 luglio 2007

Riforme e controriforme

di Guido Gentili

Prima o poi la resa dei conti arriva. Netta, spogliata di ogni possibile, ulteriore mediazione. E’ il caso della riforma delle pensioni, che pencola ormai dal lato sbagliato, quello che porta al (costoso) “superamento” dello “scalone” Maroni e apre le porte ad un futuro maligno perle nuove generazioni. I riformisti di ogni latitudine, ma soprattutto quelli che albergano nella maggioranza di Governo e che puntano ad un Partito democratico moderno, dovrebbero prenderne atto con una prova di realismo.
Non è più tempo di sopraccigli alzati, di allarmi preventivi, di moniti sui rischi del dopodomani. È tempo, semmai, di stabilire un punto fermo, assumendosi quelle responsabilità che sono state già prospettate all`opinione pubblica. Meglio un taglio netto, ma limpido, cioè una crisi di Governo, che una crisi politica opaca e strisciante. Meglio, insomma, dire chiaro e tondo: a queste condizioni non ci stiamo, né al Governo né nella maggioranza. Punto e stop.
Inutile usare giri di parole. Dopo un anno di rinvii e proposte rientrate puntualmente nel cassetto (come quella dei “disincentivi”, per un momento fatta intravedere dallo stesso premier Prodi) stiamo tornando indietro. Dal primo gennaio 2008, se passerà la linea che al momento sembra prevalente nell`Esecutivo, si potrà andare inpensione a 58 anni invece che ai 60 fissati dalla legge Maroni e per tre anni saranno previsti incentivi (già dimostratisi inefficaci) per chi vorrà rimanere al lavoro.
Non sono stati sufficienti i richiami dell`Europa, che ancora ieri ha invitato l`Italia ad impegnarsi di più sulla strada del rigore. Non è sufficiente constatare che in Francia si va in pensione a 60 anni con 40 anni di contributi e che in Germania è stata fatta una riforma che alza l`età a 67 anni. Non è sufficiente rammentare che lo “scalone”, ancorché il salto sia brusco, significa un contenimento cumulato della spesa fino al 2013 pari a circa 40 miliardi di euro e di 9 su base annua già a partire dal 2009. La sinistra massimalista e i sindacati premono, costi quel che costi. Lo “scalone” va superato se non cancellato del tutto. Eppure, dice il vicepremier e ministro degli Esteri D`Alema, «non abbiamo soldi per abolire lo scalone».
Aggiunge il collega Di Pietro: «A 58 o 60 anni le persone sono in piena efficienza psico-fisica, non si può pesare sulle spalle delle generazioni future». Taglia corto il ministro Bonino: «Superare lo scalone spendendo tra i 5 e i 7 miliardi per un problema che riguarda 120 mila persone è una follia». Follia, sì. Ma talmente a buon prezzo che anche la voce dei ministri più raziocinanti (a proposito: la solitudine “tecnica” del Ministro dell`Economia Padoa-Schioppa gli consentirebbe ben più di un`accorta navigazione a vista) viene sommersa dai diktat di chi, come la (forte) sinistra più conservatrice, in aspra competizione con quella riformista (molto più debole), usa il terreno delle pensioni e dei Dpef per giocare di sponda con la maggiore organizazione sindacale del Paese, la Cgil. Nel mezzo, Prodi cerca di sopravvivere, usando la carta della mediazione ad oltranza, tra annunci di “svolte” e rinvii che si moltiplicano in parallelo con l`emersione di difficoltà su ogni fronte.
Insomma, è naturale che in questo quadro non si pensi al futuro. E le pensioni sono il futuro. Perché non ricordare che proprio Prodi, ai tempi del primo Governo Berlusconi nel 1994, sottoscrisse l`appello del premio Nobel Franco Modigliani per un rigorosa e non rinviabile riforma della previdenza e contro i veti del sindacato? Non è stato proprio Prodi, nel 1996, a dire che la riforma delle pensioni doveva partire «dieci anni prima»? E non è stato D`Alema, nel 1998, aripetere l`identico concetto?
Eccoci nel 2007, a parlare di quanti miliardi di euro vanno bruciati sull`altare dello “scalone” in vista dí una sostanziale controriforma della previdenza che sta lasciando senza fiato anche Bruxelles. Ne trarranno tutte le conseguenze i riformisti della coalizione di Governo? Che dicono, ad esempio, i senatori Dini e Morando e il ministro Mastella? E che ne dice Veltroni, leader in pectore del Partito democratico, del fatto che il “patto generazionale” sta per essere tradito una volta di più?
Gli astuti galleggiamenti non servono. Serve una risposta politica nitida, comprensibile, coerente con la scala dei valori riformisti che vengono dichiarati. Nell`interesse del Paese.

Pubblicato in:  on at 5:12 pm Lascia un Commento

PENSIONI: SELEZIONE ARTICOLI APPARSI OGGI SUI MAGGIORI QUOTIDIANI

di Francesco Giavazzi

Oggi in Italia vi sono tre anziani, persone dai 65 anni in su, ogni dieci persone in età di lavoro, 15-64 anni. Fra quindici anni vene saranno quattro; nel 2050, quando i nostri figli vorranno andare in pensione, sette. Cioè dieci persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne, oltre 17 (oltre, perché ci saranno anche dei bambini e dei ragazzi in età inferiore ai sedici anni). Ma in Italia, come si sa, la partecipazione al mercato del lavoro è molto bassa: non tutte quelle dieci persone in età di lavoro lavoreranno. Si stima così che nel 2050 ogni lavoratore dovrà sostenere più di due persone: se stesso, un anziano e forse anche un bambino. E` evidente che a quel punto o si lavorerà più a lungo, ben oltre i 65 anni, oppure la pensione non garantirà più una vecchiaia dignitosa.
E` giusto che oggi si vada in pensione a 57 anni, sapendo che i nostri figli dovranno lavorare fino ai settanta? In Spagna e Olanda il limite d’età è 65 anni; in Svezia 65 anni con 40 anni di contributi; in Germania,63 anni e 35 anni di contributi; in Francia, dal 1° gennaio, si dovrà aver versato 40 anni di contributi; in Svizzera 65 anni e 44 di contributi. Si legge a pagina 169 del programma elettorale dell’Unione: «Con la tendenza all’aumento della vita media, l’allungamento graduale della carriera lavorativa dovrebbe diventare un fatto fisiologico». Appunto!
Dal 1° gennaio prossimo entrerà in vigore la legge Maroni che innalza da 57 a 60 anni l’età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. La legge è stata approvata nel 2004, con tre anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore. Questo perché il governo Berlusconi accettò la richiesta dei sindacati di un congruo preavviso. I tre anni di preavviso sono trascorsi ed è venuto il momento di applicare ciò che prevede la legge.
I sindacati, che pure avevano accettato la legge Maroni, ora esigono un nuovo slittamento dei tempi che consenta una maggior gradualità nel cambiamento delle regole. Ma se preferivano un innalzamento graduale dell’età di pensione, perché non lo hanno accettato tre anni fa? Oggi saremmo arrivati all’età minima di 60 anni senza scaloni. La verità, come ha scritto Tito Boeri su La Stampa – e sostenuto Emma Bonino ieri a Roma – è che sindacati e sinistra radicale non vogliono alcun innalzamento dell’età: preferiscono un gigantesco scalone dai 57 a 70 anni – purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli.
Spesso i governi di sinistra che hanno più successo sono quelli preceduti da un governo di destra. Il motivo è che la destra è meno condizionata dai sindacati e spesso questo le consente di risolvere questioni – mercato del lavoro, pensioni – che per la sinistra è più complicato affrontare. Il decennio di Tony Blair non avrebbe ottenuto valutazioni tanto favorevoli se prima di lui non avesse governato Margaret Thatcher. Lo stesso sta accadendo in Spagna a José Luis Zapatero, che governa sull’onda delle riforme varate da José Maria Aznar. A Parigi i socialisti più intelligenti sperano che il tentativo di Sarkozy di trasformare la Francia, dal mercato del lavoro alle università, abbia successo per poi ereditare un Paese trasformato. Romano Prodi non ha questa fortuna: Berlusconi, nonostante l’ampia maggioranza in Parlamento, ha per lo più sprecato occasioni, soprattutto quando si trattava di liberalizzare l’economia. Ma in due aree il centro-destra ha varato riforme significative: nel mercato del lavoro, con la legge Biagi e sulle pensioni con la legge Maroni. In entrambi i casi basta applicare leggi già in vigore. Si può essere tanto miopi da non seguire l’esempio di Blair e Zapatero e gettare al vento questa occasione?

Pubblicato in:  on at 5:11 pm Lascia un Commento

LEGGE BIAGI/MONTEZEMOLO

LEGGE BIAGI/MONTEZEMOLO: VA COMPLETATA MA NON CANCELLATA

Da un lancio ANSA del 4 luglio 2007

“La legge Biagi è una riforma importante che va nel senso giusto, va completata con moderni ammortizzatori sociali, ma guai a mettere mano per motivi ideologici a qualcosa che funziona”. Lo ha detto il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, durante l’assemblea dell’Unione Industriale di Torino, alla quale hanno partecipato la vicepresidente Emma Marcegaglia e il ministro per le Politiche Comunitarie, Emma Bonino.
“Voglio ringraziare il ministro a nome degli imprenditori italiani – ha aggiunto Montezemolo – per tre motivi. Primo, l’impegno nell’attività internazionale, sia interna sia con le missioni. Poi per la sua coerente cultura industriale non totalmente condivisa in tutte le aree di maggioranza e di opposizione. Terzo, per la condivisione su due grandi temi importanti: la legge Biagi e le pensioni”.

Pubblicato in:  on at 5:08 pm Lascia un Commento